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Il nostro Oratorio

Il primitivo Oratorio (= luogo di preghiera) ossia l’originaria chiesa-sede della Confraternita, si ritiene fosse localizzato verso le pendici del castello, circa al culmine dell'attuale via San Martino, sopra Via Tripoli. Poiché era ormai esiguo ed inadatto, la Confraternita provvide direttamente, dopo lavori di edificazione ex novo durati circa vent'anni, ad edificare la propria nuova sede, l’attuale Oratorio della Trinità affacciato su via Berthoud, che si ritiene convenzionalmente venisse aperto al culto nel 1727 (questa data è incisa sul libro aperto, tenuto tra le mani di San Giovanni evangelista, la cui statua si trova all'interno dell’Oratorio stesso). In realtà, il ritrovamento di nuovi documenti attualmente allo studio, attestano che l'attuale Oratorio era già aperto al culto a metà 600 (epoca della consacrazione dell'altare) e che esisteva il "vecchio San Giovanni" fuori le mura. All'esterno del tetto posteriore dell'attuale Oratorio si intravede una data 1704 che può essere considerata quella dell'avvenuta copertura del tetto così come lo vediamo ora, visto che la costruzione avvenne in fasi diverse e successive (gli ampliamenti si notano osservando le mura esterne).

L'Oratorio dei Rossi, nella sua semplice e sobria struttura architettonica, costituisce un singolare esempio di puro barocchetto genovese, libero da influssi architettonici lombardi o piemontesi. Il valore stilistico dell'edificio è pertanto non trascurabile in un territorio come quello della Valle Scrivia, privo di una tradizione artistico architettonica propria e continuamente esposto ad influssi culturali provenienti dalle zone limitrofe. Rimarchevole il portale di ingresso, per il quale sono state impiegate colonne di ordine dorico, provenienti dalla vicina area archeologica di Libarna.

In esso sono custoditi interessanti manufatti di artigianato sacro ad uso prevalentemente processionale, sopravvissuti alle requisizioni ed alla soppressione delle confraternite del 1804, ed opere d'arte "maggiore" di scuola genovese, tra cui si evidenziano:

- il gruppo ligneo processionale policromo della Trinità e San Giovanni Battista, opera di grandi dimensioni, che si presenta complessa ed elaborata nell'apparato scenico e nell'architettura: detto manufatto risalente al XVIII secolo, venne originariamente attribuito a Luigi e Francesco Montecucco (affermati artigiani in Gavi, ma serravallesi originari della frazione Crenna) ma recentemente è stato riconosciuto quale opera dello scultore Luigi Fasce

- la Sacra Famiglia con San Giovannino, dipinto ad olio di scuola genovese, databile tra il 1660 e l'inizio del '700, che si ritiene riconducibile al pittore genovese Valerio Castello od a suoi allievi

- il baldacchino dell'altare maggiore, in legno e tela policroma, su cui è apposto lo stemma della Confraternita, opera risalente al secolo XVII

- la pala dell'altare laterale destro (guardando quello maggiore), raffigurante San Carlo Borromeo e San Francesco da Paola (dipinto del XVIII secolo), il primo è il riformatore delle Confraternite in generale, il secondo è santo la cui devozione si diffuse proprio tra le Confraternite della Trinità (per saperne di più, andare alla pagina web "I nostri Santi" di questo sito Internet)

- la pala dell'altare laterale sinistro (sempre guardando quello maggiore), raffigurante la Madonna del Buon Rimedio (vedi la pagina web "Preghiere trinitarie etc." di questo sito Internet) ed i Santi Giovanni De Matha e Felice di Valois, fondatori dell'Ordine religioso della Santissima Trinità per il riscatto degli schiavi, cui la nostra Confraternita è istituzionalmente legata (per saperne di più su questi due santi, andare sempre alla pagina web "I nostri Santi"  di questo stesso sito Internet)

- il quadro a destra dell'ingresso, raffigurante il Battesimo di Gesù, opera della scuola dello stesso Valerio Castello

- il quadro a sinistra dell'ingresso, raffigurante la decapitazione del Battista, di scuola lombarda

 

LA COSTRUZIONE DELLA BALAUSTRATA DELL’ALTARE:
ELEMENTI PER RIVEDERE LA DATAZIONE DI COSTRUZIONE DEL NOSTRO ORATORIO.

Ricerca d’archivio eseguita nel 2012 dallo storico Armando Di Raimondo (Genova) che ringraziamo di cuore.


1.  la storia

Nell’Archivio di Stato di Genova, fondo Notai Antichi, filza 5035, è conservato un atto del Notaio Gio. Francesco Lavagnino, del 12 gennaio 1634.
Con questo atto che comincia "nel Nome di Dio", e che si intitola “Promessa di fabbricanda balaustrata”, lo scultore Giuseppe Ferrandina fu Alessandro (scultore pure quest’ultimo), “spontaneamente e in ogni miglior modo, come disposto col presente atto” promette a Gio. Tomaso Chesi presente e accettante, di costruire nell’infrascritto tempo e prezzo, secondo le infrascritte dichiarazioni in lingua volgare:
- una balaustrata di marmi bianchi del “Polvacchio”, lunga 35 palmi,
- con balaustre (= le singole colonnine che la compongono, n.d.t.) di misto di Polcevera, di venatura minuta, in numero di 12 comprese le “mezze balaustre” che vanno appoggiate nei pilastretti di sostegno della balaustrata,
- più 4 pilastretti di marno bianco della qualità suddetta, con inserito (in ognuno) un riquadro di pietra mischiata, della medesima qualità di quella delle balaustre, incastrata dentro i singoli pilastretti, i quali saranno di fattezza e forma come quelli posti in una cappella sotto titolo della Madonna in San Siro (= la chiesa genovese di San Siro, originaria Cattedrale della città, n.d.t.).
Tutti questi lavori dovranno essere “bene e perfettamente fabbricati” a giudizio, parere e gradimento di Giacomo Carlone di Taddeo (forse uno dei ticinesi della famiglia Carlone che lavorano parecchio nella nostra zona, specialmente come decoratori in pietra e stucchi, n.d.t.) e di Francesco Montessoro (forse uno dei celebri scultori e pittori locali della nostra zona, n.d.t.).
Il termine del lavoro dovrà essere entro il mese di maggio del presente anno.
Il prezzo convenuto ed accordato è il seguente:
* lire tre in moneta corrente in Genova, per ogni palmo di misura ordinaria;
* lire quindici per ogni balaustra,
* lire venti l’uno, per ogni pilastretto;
Il pagamento avverrà in contanti:
- per la terza parte dell'importo: subito ad inizio lavoro,
- per l’altra terza parte: quando saranno pronti i pilastretti e le cornici relative, e scolpita la cimasa (= mensola superiore appoggiata sulle singole balaustre e montanti che sostengono la cimasa stessa e dalla quale sono tenuti collegati, n.d.t.) per le balaustre, secondo le indicazioni di esecuzione che saranno date dal suddetto Gio. Tomaso Chiesi,
- per l’ultimo terzo di somma restante: alla consegna di tutta detta opera.
Giuseppe Ferrandina spontaneamente attesta a Gio. Tomaso Chiesi, presente alla stesura dell’atto notarile, d’aver avuto e ricevuto in denari contanti, alla presenza del Notaio e dei testimoni, lire 121 e soldi 13.4, quali somma accettata come terza parte del prezzo di suddetti lavori.
Se Giuseppe Ferrandina non eseguirà i suddetti lavori in base alla qualità e gusto delle suddette persone, se non li terminerà entro il termine previsto o non li consegnerà presso la propria bottega, egli avrà una multa di lire cento in moneta corrente di Genova, a favore di Gio. Tomaso Chiesi, per risarcimento del suo giusto danno, spese ed interessi, la quale multa promette di pagare su semplice richiesta di detto Gio. Tomaso.
Così è stabilito in nome del magnifico Podestà ossia per la Camera Civile di Genova (a cui ci si appellerà in caso di controversia, n.d.r.), ecc.-.
Poiché i lavori suddetti si hanno da metter in opera nell’Oratorio della Santissima Trinità nel luogo di Serravalle, pertanto Giuseppe Ferrandina promette e si obbliga ad andare personalmente lui - o di mandare suoi lavoranti - a metter detti lavori in opera, e per questo Gio. Tomaso Chiesi promette e si obbliga a pagare per tale posa in opera, a Giuseppe Ferrandina - che accetta - lire 18 di detta moneta genovese, come contributo-spese per questo lavoro, per il quale si può pretendere questo sovrapprezzo.
L’atto, firmato da Gio. Francesco Lavagnino, Notaio, fu rogato in Genova nel suo studio in piazza dietro la loggia di Banchi, l’anno della nascita del Signore 1634, indizione I° secondo il computo di Genova, giorno di giovedì 12 gennaio, essendo testimoni Agostino Bernabò di Vincenzo e Bernardo (..…) di Andrea presenti e accettanti.

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A margine dello stesso atto è annotato il pagamento della prima rata, prevista all’inizio dei lavori:

Anno e indizione presente, giorno di mercoledì 12 aprile, nello stesso luogo.
Nel Nome di Dio Amen.
Presente Giuseppe Ferrandina, lo stesso spontaneamente, riconosce a detto Gio. Tomaso Chiesi di aver ricevuto - alla presenza di me Notaio - lire 121, soldi 13.4 moneta corrente di Genova, per prima paga, rilasciando quietanza a detto Gio. Tomaso.

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2.  la revisione delle datazioni

Le scarse notizie in nostro possesso hanno dato, finora, come date di costruzione  dell’attuale Oratorio “dei Rossi” di via Berthoud, il periodo inizio ‘700 – 1727 (quest'ultimo si ritiene essere l'anno di ultimazione dei lavori all’interno della chiesa, come da incisione all'interno della stessa). Il documento di costruzione della balaustrata dell’altare anticipa con certezza documentata, la data di ultimazione dei lavori dell'interno ad almeno una settantina di anni prima di quanto finora ritenuto. Del resto, sul muro esterno dell’abside esiste una scalfittura sull’intonaco, che porta (pare) la data del 1701... La famiglia degli scultori Ferrandina non era poi sconosciuta sulla piazza, nel 1629 Leonardo aveva scolpito la statua della Madonna di Montespineto, nostro santuario locale.
Insomma le sorprese non sono finite (e chissà quante altre ce ne sono ancora da scoprire), per tornare ad appropriarci della nostra storia, quindi della nostra identità, per salvaguardarle e continuare a proporle in maniera consapevole. Chi l’ha detto che basta continuare acriticamente a ripetere uno scenario (di cui non si posseggono più le parti) solo perché si è sempre fatto così? Ci sarà stato un capostipite, ci saranno state delle motivazioni profonde per comportarsi in un certo modo e non altrimenti, non è forse vero?